domenica 16 settembre 2012

"Il libro del riso e dell'oblio" di Milan Kundera. Recensione

Provare a descrivere un romanzo di Kundera è molto complicato, perché complicata è la struttura architettonica che costruisce all’interno di ogni sua opera, tant’è piena di spunti, pensieri, collegamenti, ripetizioni, allusioni. La scia portante di questo libro è proprio la variazione, come quella di Beethoven, il musicista più amato. “Tutto questo libro è un romanzo in forma di variazioni. Le diverse parti si susseguono come le diverse tappe di un viaggio che ci conduce all'interno di un tema, all'interno di un pensiero, all'interno di una sola e unica situazione la cui comprensione, per me, si perde nell'immensità." In sette racconti, alcuni che tornano più volte e altri che rimangono confinate in un blocco preciso di pagine, troviamo riflessioni sul riso e l’oblio, i limiti dell’identità di ognuno di noi. L’oblio è trattato sia dal punto di vista della politica, come soppressione di ciò che per uno Stato è inaccettabile attraverso la modifica di fotografie eccetera, e dal punto di vista del singolo: l’oblio rende il passato irreale, finché non sappiamo più chi siamo, chi siamo stati, e porta per chi è attaccato ai ricordi un profondo dolore, ma è poi così indispensabile mantenere tutto nella memoria? Il riso invece distrugge le costruzioni falsificate dall’oblio, è libertà. Ci sono anche altri, di spunti, innumerevoli, tanto che una volta ho detto, a proposito de “L’immortalità”, che ci vorrebbe qualcuno a scrivere un saggio su ognuna delle sue idee. Tra i temi principali troviamo il potere politico, ovviamente in riferimento alla vicende ceche della seconda metà del secolo scorso, la musica, gli angeli, la libertà, il sesso, l’amore, la morte, i confini e ciò che è al di là, Praga, l’amata Praga, leggerezza e pesantezza, letteratura. Tutti già trovati e ritrovati negli altri romanzi, ma sempre con nuova freschezza, con nuovi personaggi, nuovi esempi, nuovi punti di vista. Dietro ogni gesto, anche il più insignificante, c’è un motivo, profondo, che può arrivare dal passato della persona oppure dal modo di essere dell’umanità intera. Sfumature, frasi ambigue, riagganciamenti a situazioni lette cento pagine prima, frasi ripetute, approfondimenti. Questo perché Kundera fondamentalmente tratta degli stessi argomenti per tutto il libro, ma non dividendoli a “blocchi” (in questo capitolo parlo della leggerezza, nel prossimo dell’oblio), ma tornandoci, ripassandoci sopra più e più volte, all’inizio con un accenno o una frase lapidaria, in seguito dilungandocisi sempre di più, finché non abbiamo, finalmente, capito. Perché è forse proprio questo che più mi piace di lui, il fatto che quando lo leggo realizzo questioni che erano dentro di me, intorno a me, ma non riuscivo ad esprimere a parole. L’illuminazione del “ma sì, è vero, è vero!” Eppure la prima lettura viene sempre confusa, alcuni passaggi oscuri. Per questo consiglio di rileggerlo, più e più volte, per poterne assaporare a pieno l’essenza. Consiglio anche la lettura in francese, nell’edizione nuova rivista dall’autore.

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