Questo non è un blog, è un diario. Quindi se vi annoia leggere le giornate noiose di una ragazza noiosa non faccio per voi, davvero. Sono di Roma, mi piace leggere, suonare il piano e i gatti.
lunedì 13 maggio 2013
Ho provato più volte a trovare una mia vera identità ma mi sono trovata soltanto particolarmente scomoda. Io vorrei essere qualcuno, essere un “me”, mentre invece penso di essere tante cose, tante cose diverse, e di avere un “me” unitario soltanto sulla carta d’identità (e anche lì non è che c’è l’esattezza matematica, sono cresciuta qualche centimetro ancora dopo, i capelli si sono allungati rispetto alla foto e di solito sono più truccata). Col tempo sono stata quella che cercava di nascondersi da tutto e da tutti, quella aggressiva, e ora quella che cerca finalmente di essere un po’ più femminile. Pensiamo di essere unici ma come si può se neanche siamo una cosa soltanto? Forse sono solo tutte queste fasi della mia vita messe insieme, il risultato di numerose addizioni che fa un po’ meno di zero. Cerco in maniera un po’ più ordinata quello che prima provavo a tentoni nel buio, un’identità mia definita.
Cerchiamo la felicità, l’identità, la serenità (che fanno pure rima) con infiniti attributi che ci diamo da soli. Come dice Milan Kundera “Qui sta lo strano paradosso in cui incorrono tutti quelli che coltivano l’io col metodo del sommare: si sforzano di sommare per creare un io unico e inimitabile, ma poiché diventano istantaneamente propagandisti degli attributi sommati, fanno di tutto perché quanta più gente possibile somigli a loro; avviene così che la loro unicità ricomincia a disperdersi rapidamente.” Finché non arriva il momento in cui ritieni di essere perfettounicoinimitabile appunto, e credi di essere tutto e tu, mentre alla fine basta una piccola scossa per farci cadere da dosso tutte quelle false maschere che abbiamo, che però eravamo talmente convinti che fossimo NOI da rimanere vuoti all’interno. Neanche una scossa, basta un bacio, un sorriso, un “ti voglio bene” perché tutto il nostro essere ci scivoli dalle mani per cadere per terra.
Forse tutto ciò che dovremmo fare è solo accettare lo scorrere dell’alternarsi della felicità e delle delusioni, adattarci alle contraddizioni e che nessuno ci accetterà mai, né per come siamo né per la maschera che indossiamo. Alla fine è tutto un unico eterno ciclo da cui non impariamo niente se andiamo avanti con gli errori e col nasconderci, se non capiamo che la cosa da fare è semplicemente eliminare il superfluo, gli amici non amici, gli interessi non interessi, le cose futili che non ci danno che un’apparenza di felicità e di compagnia. E’ solo la nostra scelta di adattarci che può farci risalire a galla più forte che mai, perché alla fine siamo soltanto in un gioco d’incastri difettoso, a cui dobbiamo abituarci di non poter mai combaciare perfettamente con nessuno.
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