lunedì 9 luglio 2012

Recensione: la vendetta del traduttore di Brice Matthieussent.



[Ho deciso di darmi alla recensione, già già.]

L’ho preso in mano piena di curiosità, questo nuovo “caso letterario” francese. L’ultima volta, con “L’eleganza del riccio”, rimasi più che soddisfatta. Mi aspettavo, quindi, qualcosa di simile, o perlomeno, di pari qualità. La vicenda di un traduttore che, trovandosi di fronte un romanzo mediocre quanto banale, decide di prendere in mano la situazione, tagliuzzando qua e là avverbi ed aggettivi di troppo, evidenziando la propria riprovazione ed aumentando costantemente la propria influenza sul testo nelle note a pié di pagina, fino a soppiantare del tutto l’autore. Affascinante, considerato che anch'io, un giorno, ambisco al campo dell’editoria, in veste di questo personaggio che “si muove in incognito, disincarnato fantasma docile e fedele come l’ombra al corpo, inevitabilmente a immagine dell’altro, di questo chiassoso vicino che si mostra in piena luce”.
E’ di questo che tratta il libro. Ma in modo totalmente opposto di quello che mi aspettavo.

Dopo gli iniziali capitoli, nel quale il protagonista/traduttore/scrittore spulcia, alleggerisce, taglia ed aggiunge propri brani nel testo di un ignoto autore americano, ci immergiamo, in medias res, nel romanzo vero e proprio su cui sta "lavorando", “La vendetta del traduttore”, un intreccio senza fine tra l’autore di un romanzo francese (N.d.T.) ed il suo traduttore americano. Il primo, Abel Prote,è  l’unico personaggio con un certo spessore psicologico, un uomo “odioso, manipolatore, nefasto, arrogante, intelligente ma egoista, colto ma pedante”, insomma il tipico “cattivo” che dopo essere stato lasciato dall’amante/segretaria, Doris, si vendica in ogni modo possibile e immaginabile del secondo, David Grey, giovane ingenuo quanto permaloso. Insomma, si tratta di un romanzo ad incastri e fino a qui va bene (più o meno, che banalità!).
Continuando la lettura, tuttavia, l’intreccio si complica ulteriormente fino ad arrivare a  comprendere lo stesso scrittore/traduttore che ad un certo punto scavalca le righe del testo per entrare dentro alla vicenda, puff! Non siamo più dinanzi, quindi, ad un romanzo continuamente corretto e “bistrattato”, bensì ad un metaromanzo nel quale si confondono i piani della narrazione, senza alcun supporto logico/narrativo, con lo scrittore che diviene un personaggio a tutti gli effetti: da qui il racconto perde di senso, diventando a tratti anche noioso. Alcuni brani poi, sono addirittura superflui,senza alcun legame con la vicenda: il lungo e straziante sogno di David, oppure la ripresa del  di Lolita, il famoso personaggio di Vladimir Nabokov, fuori luogo, privata del suo spessore ed appiattita in un ruolo frivolo, grottesco, che fa sfumare la profondità della sua triste vicenda.
Allo stesso modo l’entrata in scena del traduttore/scrittore perde ogni suo possibile fascino quando comincia a modificare il testo originale soltanto per i propri comodi, fino ad una conclusione patetica utile soltanto a dimostrare l’ebbrezza dell’onnipotenza, quella che ogni traduttore vorrebbe provare quando “si mette le mani nei capelli per conto di terzi” ma non può correggere nulla perché “è invisibile, trasparente, il testo deve restare quello che è, non è suo. Lui lo traghetta solo”.

Infine, qualcuno mi spieghi perché Doris fa in modo che la corrispondenza libro/realtà sia sempre un po’ distorta,se non esce fuori alla fine del romanzo, perché far sì che ciò accada?!

Mi spiace, ma non ci siamo proprio.

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