[Ho deciso di darmi alla recensione, già già.]
L’ho preso in mano piena di curiosità, questo nuovo “caso
letterario” francese. L’ultima volta, con “L’eleganza del riccio”, rimasi più
che soddisfatta. Mi aspettavo, quindi, qualcosa di simile, o perlomeno, di pari
qualità. La vicenda di un traduttore che, trovandosi di fronte un romanzo
mediocre quanto banale, decide di prendere in mano la situazione, tagliuzzando
qua e là avverbi ed aggettivi di troppo, evidenziando la propria riprovazione
ed aumentando costantemente la propria influenza sul testo nelle note a pié di
pagina, fino a soppiantare del tutto l’autore. Affascinante, considerato che
anch'io, un giorno, ambisco al campo dell’editoria, in veste di questo
personaggio che “si muove in incognito, disincarnato fantasma docile e fedele
come l’ombra al corpo, inevitabilmente a immagine dell’altro, di questo
chiassoso vicino che si mostra in piena luce”.
E’ di questo che tratta il libro. Ma in modo totalmente
opposto di quello che mi aspettavo.
Dopo gli iniziali capitoli, nel quale il
protagonista/traduttore/scrittore spulcia, alleggerisce, taglia ed aggiunge
propri brani nel testo di un ignoto autore americano, ci immergiamo, in medias
res, nel romanzo vero e proprio su cui sta "lavorando", “La vendetta
del traduttore”, un intreccio senza fine tra l’autore di un romanzo francese
(N.d.T.) ed il suo traduttore americano. Il primo, Abel Prote,è l’unico personaggio con un certo spessore
psicologico, un uomo “odioso, manipolatore, nefasto, arrogante, intelligente ma
egoista, colto ma pedante”, insomma il tipico “cattivo” che dopo essere stato
lasciato dall’amante/segretaria, Doris, si vendica in ogni modo possibile e
immaginabile del secondo, David Grey, giovane ingenuo quanto permaloso. Insomma,
si tratta di un romanzo ad incastri e fino a qui va bene (più o meno, che
banalità!).
Continuando la lettura, tuttavia, l’intreccio si complica
ulteriormente fino ad arrivare a comprendere lo stesso scrittore/traduttore che
ad un certo punto scavalca le righe del testo per entrare dentro alla vicenda,
puff! Non siamo più dinanzi, quindi, ad un romanzo continuamente corretto e
“bistrattato”, bensì ad un metaromanzo nel quale si confondono i piani della
narrazione, senza alcun supporto logico/narrativo, con lo scrittore che diviene
un personaggio a tutti gli effetti: da qui il racconto perde di senso,
diventando a tratti anche noioso. Alcuni brani poi, sono addirittura
superflui,senza alcun legame con la vicenda: il lungo e straziante sogno di
David, oppure la ripresa del di Lolita,
il famoso personaggio di Vladimir Nabokov, fuori luogo, privata del suo
spessore ed appiattita in un ruolo frivolo, grottesco, che fa sfumare la
profondità della sua triste vicenda.
Allo stesso modo l’entrata in scena del traduttore/scrittore
perde ogni suo possibile fascino quando comincia a modificare il testo originale
soltanto per i propri comodi, fino ad una conclusione patetica utile soltanto a
dimostrare l’ebbrezza dell’onnipotenza, quella che ogni traduttore vorrebbe
provare quando “si mette le mani nei capelli per conto di terzi” ma non può
correggere nulla perché “è invisibile, trasparente, il testo deve restare
quello che è, non è suo. Lui lo traghetta solo”.
Infine, qualcuno mi spieghi perché Doris fa in modo che la
corrispondenza libro/realtà sia sempre un po’ distorta,se non esce fuori alla
fine del romanzo, perché far sì che ciò accada?!
Mi spiace, ma non ci siamo proprio.
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